Il mondo è un libro e chi non viaggia ne conosce solo una pagina.

venerdì 27 giugno 2014

KYOTO, walking and rail

In questa seconda sezione del diario vi racconto la parte di viaggio walk and rail che riguarda la spettacolare città di Kyoto e i suoi dintorni.


15 giugno. Oggi lasciamo Tokyo e ci spostiamo verso Kyoto. È una bella giornata e per la prima volta ci carichiamo i pesantissimi zaini sulle spalle. Il livido che ho sul fianco (dopo la collisione con la reflex) è proprio in coincidenza del cinturone dello zaino ma è impossibile portare tutto il carico sulle spalle, così stringo la cinghia e soffro come un cane per tutto il tragitto. Per farmi forza mi figuro di essere un valoroso marine ferito in guerra che marcia stoicamente tra i giappi nella giungla di Guadalcanal, e vado avanti.



Per raggiungere Kyoto prendiamo lo shinkansen, detto treno proiettile: va talmente veloce che quando cammini nel corridoio perdi il senso della gravità. Fico.

 
Vorrei spendere una parola sui treni giapponesi, ovvero: la perfezione. La gente aspetta di salire in coda ordinata davanti al segno per terra che indica esattamente dove si fermerà la porta della carrozza. Carrozza pulitissima di un treno che arriverà puntualissimo al minuto previsto sul tabellone. Già si sapeva ma è un brivido lungo la schiena che ogni povero italiano dovrebbe provare. La stessa cosa vale per gli autobus urbani, considerando anche che ognuno paga il biglietto al conducente al momento di scendere, compresi gli anziani con gli spiccioli. E anche con questa variabile considerevole non ritardano. Mai. 
E chiudiamo pure la parentesi di profonda commozione.

 Ci aspettavamo di vedere il Monte Fuji a un certo punto della corsa in treno, ma non vediamo nulla. Decido che al ritorno mi farò dare indicazione dal capotreno per avvistarlo al momento giusto. Il paesaggio giapponese è molto verde e collinoso ed è un susseguirsi infinito di risaie, risaie, risaie. Ci sono risaie anche nei paesi, in mezzo alle case. Dove c’è un pezzo di terreno non edificato, là c’è una risaia. 


Dopo circa tre ore arriviamo a Kyoto, e nei pressi della stazione intravediamo già dal treno la Kyoto Tower, la grande torre panoramica bianca e rossa che campeggia sulla città. La stazione è una delle più grandi e trafficate del Giappone. Tutto è supertecnologico e futuristico, ma non riusciamo a trovare l’uscita in direzione del nostro alloggio che da qui dovremmo raggiungere a piedi (il mio fianco duole disperatamente). 


 Dopo aver scarpinato per tutta la stazione, ammirando negozi, fontane avveniristiche e il complesso architettonico, su e giù dalle scale mobili (REGOLA: tenere sempre la sinistra in fila indiana ché chi ha fretta supera a destra, perentorio) troviamo uno sbocco verso l'esterno, ma capiamo di trovarci dalla parte opposta rispetto alle intenzioni. Ci rifiutiamo di rientrare in quel labirinto e valutiamo di girarci attorno esternamente. Pessima idea, ci siamo persi.
Il gps sui cellulari non prende. Il mio livido sul fianco grida pietà e pure la caviglia. Ad un sussulto di vita della connessione dati tentiamo di avviarci nella direzione giusta. Procediamo con i nostri pesantissimi zaini e siamo costretti pure a raggiungere delle passerelle sopraelevate piene di scale per attraversare la strada a più riprese. Siamo stremati. 

Il Budget Inn

Grazie a qualche info racimolata tra i passanti (sempre cortesi) riusciamo a raggiungere il Budget Inn, che in realtà sarebbe stato piuttosto comodo dalla stazione. Sarebbe stato. Fatemi incolpare quei maledetti cartelloni con le mappe giapponesi direzionate senza criterio - non con il nord a nord, per capirci. Ricordatevi della nostra odissea e non fatevi imbrogliare.



Anche questo alloggio è decisamente accogliente (ma ammetto che a quel punto avrei trovato accogliente anche il letto a chiodi di un fachiro), abbiamo un appartamentino con cucinino, bagno puro, bagno impuro e camera da quattro alla giapponese. Pulito, confortevole, economico, consigliatissimo. Facciamo il check-in al vicino Capsule hotel, e il ragazzo che se ne occupa ci fornisce un sacco di informazioni utili su Kyoto in un ottimo inglese (incredibbbbile).

Mollati giù i grevi zainacci, ci diamo una rinfrescata e usciamo subito per la prima esplorazione. Torniamo a piedi alla grande stazione di Kyoto (sì, siamo un po’ masochisti, lo ammetto) e prendiamo il treno per Arashiyama, intenzionati a vedere la Bamboo Forest e il magnifico tempio Tenryuji, uno dei principali templi della scuola zen Rinzai. Forse il più affascinante di questo viaggio. 
Appena arrivati proviamo il famoso gelato al thè verde, ed è qui, appena fuori dalla piccola stazione, che mangiamo il più buono in assoluto di tutto il viaggio, segnatevelo. Poi dopo aver raggiunto il centro del paese, seguiamo le indicazioni e ci addentriamo nella smisurata foresta di bamboo, una tra le più famose del Giappone. Un vero incanto.
 

Arriviamo fino al grande tempio zen Tenryuji, ovvero Giappone da sfondo per il desktop. 


Che fascino passeggiare sui grandi tatami tra le varie stanze e sulla veranda del tempio in un’atmosfera più nipponica che mai, con vista sui giardini zen e sul laghetto pieno di enorme carpe.

Usciti da lì è troppo tardi per andare a vedere la montagna della scimmie, ma ci ripromettiamo di tornare nei prossimi giorni. Per la strada (qui come in altri luoghi turistici del Giappone) girano parecchi jinrikisha, risciò trainati da ragazzi giapponesi piuttosto muscolosi, e per questo corteggiati dalle turiste in vacanza.


Passeggiamo per il paese deserto facendo un lungo giro a piedi in mezzo alla foresta di bamboo e percorriamo la Saga toriimoto, una strada antica dalle abitazioni tipiche sulle colline, cercando di raggiungere una fermata dell’autobus. 
Davanti ai negozi è tutto un pullulare di Tanuki, il procione portafortuna.


 Un giappanettiere in motorino ci aiuta ad orientarci...ma quanto sono gentili qui? proprio caruccetti. Alla fermata Martino rischia di farsi investire da una macchina per scappare da un insetto (beh, non dimentichiamoci che qui sulle montagne del Giappone vivono le terrificanti vespe mandarinie, il peggiore incubo di noi sfecsofobici) per fortuna anche stavolta ci va dritta, non era una vespa mandarinia e il fanciullo non è stato investito. 



Torniamo alla stazione in autobus, poi prendiamo il treno per Kyoto e ci fermiamo a un konbini Lawson fuori dalla stazione per far mangiare un americanissimo corndog ai figli. Io e Claudio invece mangiamo al Nakau, una specie di fast food giapponese che ci ha consigliato il tipo dell’hotel. Io prendo riso col manzo Gyudon (una specie di trippa col tofu e le scorzette di arancia) e Claudio yakisoba. Pasto assolutamente gustoso ed economico (sui 450 yen a testa).


Torniamo in hotel a prepararci da soli i futon per la notte, e crolliamo beati. I futon, per chi non lo sapesse, sono i letti giapponesi, ovvero dei materassi che si stendono la sera sul tatami e si richiudono il mattino. E sì, sono comodissimi.
In tutto il viaggio non abbiamo mai previsto una notte con letto all'occidentale, perchè ci piace sposare la cultura del posto.


16 giugno. Anche oggi è una bella giornata di sole (tenete conto che qui è la stagione delle piogge, quindi è da considerarsi una gran fortuna), facciamo colazione con le nostre buone brioche in camera e poi io e Clà scendiamo a farci un thè e un caffè nella cucina comune alla giapponese giù al piano terra. Sono momenti in cui sogni di tornare a casa e convertire tutto l'arredamento nello stesso figosissimo stile, ma poi ti riprendi.


Come prima tappa della giornata visitiamo il Kinkaku-ji o Padiglione d’oro, totalmente ricoperto di foglie d’oro puro con una fenice sul tetto. Si staglia al di là di un laghetto a specchio ed è una delle cose più belle viste finora.


Mi allontano dagli altri per fare alcune foto e vengo rapita da un gruppo di studentelli giapponesi vestiti come quelli dei cartoni animati (sembrano usciti da É quasi magia Johnny, ma sono veri) che mi vogliono fare un’intervista per praticare l’inglese. Dovete sapere che i giapponesi non parlano l’inglese, specialmente i giovani. È forse più facile trovare un vecchio che se lo è studiato per diletto da solo. Quindi spopola nelle scuole questo nuovo sistema per farli praticare, intervistando turisti non-asiatici in vacanza nei luoghi di interesse. Se ne vedono ovunque e vi invito a collaborare, sono carini e molto timidi. Insomma, mi presto a questa cosa, con tanto di riprese video, e loro mi regalano un pescetto di origami plastificato, checcarini.


Visitiamo quindi il tempio zen Ryōan-ji, famoso per il suo Giardino Zen dalle 15 pietre. Le pietre sono disposte in modo tale che chi le osserva ne possa vedere solo 14 in una sola volta, non importa da quale angolo ci si posizioni. Si dice che solo una volta raggiunta l’illuminazione spirituale si possa vedere la quindicesima roccia invisibile, mentre nelle condizioni di questo mondo ciò non è possibile.
Intorno al tempio ammiriamo dei bellissimi laghetti completamente ricoperti di ninfee e fiori di loto (finalmente ho capito cosa sono). 


Ci spostiamo quindi in autobus verso il Ninna-ji, un tempio zen situato ai piedi delle colline di Kyoto.


  
È un vero labirinto di passerelle in legno che uniscono i vari edifici, ed è famoso per il bellissimo giardino roccioso e per le sue porte scorrevoli, decorate con dipinti della Scuola Kano.
In realtà è sempre vietato fotografare i dipinti, ma qualcosa di sfuggita ho voluto immortalarla senza farmi vedere. Infatti sono tutte mosse tranne questa.

 


Nel piccolo reparto souvenir del tempio mi innamoro di un gattino in porcellana giapponese per incensi (invogliata dal profumo intenso di incensi di alta qualità che si respira nei templi giapponesi) ma costa parecchi yen in più rispetto alla media delle cagatine che mi compro di solito, e mi piange il cuore ma lo lascio lì.


Ci spostiamo quindi al tempio Kitano Tenman-gu, zeppo di statue di mucche e tori. Per una volta con una sola i, tori-tori ovvero i maschi delle mucche, e non i grandi archi giapponesi. Cioè...anche quelli.



Quanto sono devoti i giapponesi è roba da non credere, questi templi sono sempre pieni di gente anche (anzi soprattutto) molto giovane che medita e affida agli ema le sue preghiere.
Come da noi insomma (...).


Riprendiamo l'autobus e andiamo a vedere il Kyoto Gosho, ovvero il Palazzo Imperiale, e ci iscriviamo alla visita gratuita guidata mostrando il passaporto all'agenzia dellla casa imperiale in ingresso, dato che l'accesso libero qui non è previsto. 


 Nell'attesa del nostro tour guidato camminiamo nei dintorni alla ricerca un posto dove mangiare, e ci rendiamo conto che non c'è assolutamente nulla, solo case e locali di altro genere. Io ho fame, male al fianco, il jetlag che picchia, zoppico e ho un momento di sconforto. Mangiamo dei biscottoni al riso che avevamo nello zaino, prendiamo del thè verde al distributore che non manca mai, e io mi salvo con una redbull. D'ora in avanti diventerà il mio sostegno vitale, nei momenti bui di devastazione fisica. Non dirò mai più che fa schifo. Possiamo proseguire e ci uniamo al nostro gruppo per la visita guidata.


Il palazzo Imperiale è delimitato da una lunghissima muraglia, è maestoso e si direbbe piuttosto una cittadella composta da numerosi edifici, collegati da immensi giardini.


Gli edifici in legno nel tempo sono stati distrutti da numerosi incendi e solo alcuni ricostruiti. É l'unica cosa che mi ricordo dopo la visita di circa un'ora, ahimè avevo talmente sonno che ascoltare la voce della guida e concentrarmi su ciò che diceva mi faceva appisolare, quindi mi tenevo sfigatamente in disparte. Claudio però è stato attento.
 

Ci dirigiamo verso il tempio Kiyomizu-dera, un antico templio buddhista.Saliamo sulla collina percorrendo la Matsubara-dori, una stradina pittoresca e pullulante di negozietti che sale verso il tempio. 
Vi segnaliamo il Ghibli Store (la Disney giapponese) per gli appassionati, sulla parte destra.

 
 Finalmente possiamo  comprare qualche gadget del nostro beniamino Miyazaki, e i bambini si entusiasmano.


Mangiamo qualcosa al volo, io un dolcetto con i fagioli azuki e gli altri un gelato al thè verde. 


Saliamo ancora per la caratteristica stradina ed è piacevole notare quante persone qui a Kyoto vestono con gli abiti tradizionali, yukata e kimoni.


Il Kiyomizu è maestoso, abbarbicato sul monte Otowa come un'enorme palafitta. La parte più suggestiva è il palco, fatto con legno di cipresso giapponese e alto circa 23 metri. L'edificio principale è stato costruito senza usare nemmeno un chiodo, ma è solidissimo e può resistere a qualunque tipo di disastro naturale perché è puntellato solidamente da molti pilastri e travi. Nei dintorni ci sono anche delle piccole cascate. 


Scendendo dalla collina verso Gion, il quartiere più tipico di Kyoto, percorriamo le favolose vie Sannenzaka e Ninenzaka, stradine pittoresche ricche di negozietti con prodotti tipici. Io e Clà siamo sempre a caccia del thè matcha in polvere, una qualità particolare di thè verde, per portarcelo a casa. Scendendo veniamo terrorizzati dal passaggio radente di una vera vespa mandarinia grossa quanto una polpetta, ma ne usciamo illesi.



  Al termine della discesa visitiamo il santuario shintoista di Yasaka, (detto anche santuario di Gion) che comprende numerosi edifici, uno più bello dell'altro. 



Inizia a farsi sera e percorriamo la via principale di Gion mentre i bambini mangiano corndog. 




Facciamo un tour del quartiere storico delle geishe (che a Kyoto si chiamano geiko), dove posso finalmente ammirare l'architettura domestica giapponese che avevo sempre immaginato (e anche voi se avete letto avidamente "Memorie di una geisha"), mentre molte ragazze in kimono danno il benvenuto ai clienti sulle porte delle sale da thè (ochaya). 
  


 

Davanti alle machiya, abitazioni tradizionali in legno di Kyoto, e ai ristoranti esclusivi, sono appese le akachōchin, le tipiche lanterne rosse.


Rientrando al Budget Inn con l'autobus, ci fermiamo a mangiare in un ristorante tipico alla buona (sempre su consiglio del ragazzo dell'hotel) di cui purtroppo non ricordiamo il nome, essendo stato tutto scritto in giapponese. Ci leviamo le scarpe e saliamo al piano di sopra. I tavoli sono bassi e hanno al centro una grande piastra, noi ci sediamo su dei cuscini per terra.



 Ecco, questo sì che si può chiamare ristorante giapponese. Il cameriere molto alla mano accende la piastra e poi ci cucina okonomiyaki e teppaniyaki direttamente sul tavolo caldo. Noi tagliamo a pezzi con la spatola e ci serviamo con grande soddisfazione. Anche i bambini assaggiano e approvano.

Rientrando mi interesso a un bellissimo yukata (una specie di kimono leggero) esposto fuori da un negozietto senza pretese, il prezzo era interessante ma scopro che l'obi, la cintura, costa praticamente altrettanto e quindi rinuncio per sempre e forse per fortuna alle mie velleità di geisha di casa nostra.


17 giugno. Oggi è un'altra splendida giornata qui a Kyoto e per appagare un po' i giovinetti della truppa decidiamo di andare a vedere le scimmie ad Arashiyama.
Riprendiamo il treno e torniamo dove eravamo già stati due giorni fa nel pomeriggio, con altra destinazione.



Attraversiamo il fiume Hozu percorrendo il lungo ponte Togetsukyo da dove si possono ammirare le takatsubune (tradizionali barche da pesca giapponesi) che scivolano sull'acqua.

Quindi ci facciamo una bella salita a piedi sul monte Arashiyama fin sulla cima dove si trova il grande parco Iwatayama (caviglia ringrazia sempre, molto lusingata).

 Arrivati in cima si gode di uno spettacolare panorama della città di Kyoto mentre circa 170 macachi giapponesi selvatici scorazzano liberamente in giro.
 


Entriamo nel bar con le finestre protette da reti metalliche, e acquistiamo delle noccioline. Dall'interno si può dar da mangiare alle scimmie fameliche che appese alle grate allungano le zampette, implorano con lo sguardo umano e chiamano a gran voce. Non so se erano più scimmiesche loro o i miei figli entusiasti della situazione.


Troviamo anche un grande parcogiochi (deserto) con lunghissimi scivoli e corde, e ci sfoghiamo un pochino tutti quanti. Poi ridiscendiamo dalla montagna in mezzo al bosco e torniamo in paese. 


Arashiyama è ricca di piccoli negozietti con souvenir bellissimi e prezzi interessanti, approfittatene. Faccio un po' di shopping compulsivo, tra cui tazze di bamboo, ventagli e  dei bellissimi gattini colorati portafortuna di chiri-men, la caratteristica stoffa giapponese. Si trovano tantissimi negozi che vendono oggetti in chiri-men, ve li consiglio. Il Maneki Neko (lucky cat) in porcellana più economico l'ho trovato a Nikko. Mi manca solo una Kokeshi, la bellissima bambola di legno caratteristica.


Ci spostiamo in centro città a Kyoto, per visitare il castello Nijō dello Shogun, simbolo di potere e ricchezza, circondato da un fossato ed esteso con fortificazioni, palazzi e giardini su un'area molto vasta. 

Per entrare ci troviamo a fare un giro lunghissimo attorno alle sue mura col fossato (caviglia sempre felice).

Gli edifici sono decorati con meravigliosi dipinti di pittori della dinastia Kano (infotografabili), e la caratteristica particolare degli interni sono i cosiddetti "pavimenti dell'usignolo",  perchè quando ci si cammina sopra lo scircchiolìo che producono ricorda il verso dell'uccelletto.



   
Usciti di lì avevamo programmato di andare a visitare la cittadina di Ujii e il tempio Byōdō-in, ma io sono troppo stanca per questo detour, e decidiamo di rinunciare alla tappa. Insomma, penserete che sono una chiavica ma inizio ad avere anche un'età.

Passiamo alla destinazione successiva che è una delle mete per me più attese di questo viaggio, il Santuario di Fushimi Inari-taisha.

  
Il santuario si trova alla base della montagna Inari e comprende vari sentieri e santuari minori. Si caratterizza per le svariate statue di volpi (che io ero convinta fossero lupi, grazie wikipedia) considerate messaggeri e oggetto di venerazione.


Ma la cosa più affascinante è che in tutta l'area del monte Inari innumerevoli torii rossi sono stati posizionati uno accanto all'altro sui sentieri che portano alle varie strutture del tempio, e si estendono per circa 4 km. 


Questi torii sono stati donati nell'arco dei secoli dai devoti e dalle aziende giapponesi, come certe panchine in chiesa da noi. Ci vogliono ore e ore per completare tutto il percorso, quindi sebbene sia uno dei luoghi più affascinanti mai visitati prima, ad un certo punto decidiamo di ridiscendere.


Ci rendiamo conto di aver fatto bene a saltare la tappa di Ujii, perchè la visita al Fushimi-Inari è durata molto più del previsto e meritava anche più tempo (ecco, magari tutti i 4 km metti anche no). Stanchi e soddisfatti rientriamo verso l'hotel, ma prima per cena ci regaliamo un'abbuffata al Kaiten Sushi della stazione di Kyoto, il Musashi Sushi. 


 Per chi non lo sapesse, in questi ristoranti ci si siede a cerchio attorno alla cucina a vista dove i cuochi preparano il sushi all'istante e lo dispongono in piattini da due pezzi su un nastro trasportatore che fa il giro completo (circa 1 euro a piattino). Ognuno si serve prendendo un piattino dopo l'altro secondo i gusti, e alla fine per pagare si conta il totale dei piattini vuoti. Ci si può servire liberamente del gari e del thè verde caldo che devono tassativamente accompagnare il pasto. Anche i bambini si convertono definitivamente al sushi (e alle bacchette) e ce lo godiamo tutti.


 Rientrati al Budget Inn la giornata non è ancora finita, è tempo di lavatrice. Come sempre ci sono difficoltà perchè la roba o non si sciaqua o non si asciuga, e quindi facciamo le ore piccole su e giù dalla lavanderia. Munitevi sempre del doppio dei gettoni o delle monete se volete evitare disastri e preparatevi alla veglia.


  18 giugno. Stamattina visitiamo il Padiglione d'Argento, il  Ginkaku-ji. La giornata è discreta e il tempio è l'ennesima meraviglia nipponica che ci capita di vedere. La residenza privata in cui si riposava lo shogun dà esattamente l'idea di quiete e relax, con laghetti, giardini perfetti, ponticelli di bambù e tanta vegetazione. 

 
Usciti di lì percorriamo la Passeggiata del Filosofo, un sentiero tra ciliegi e alberi da frutta e fiore lungo un ruscello pieno di carpe, che il professore di filosofia Nishida Kitaro percorreva immerso nei suoi pensieri. Noi ci immergiamo talmente nei nostri pensieri che ci perdiamo, o meglio, per fotografare le carpe io e Mavi restiamo indietro e poi al bivio non sappiamo più dove andare. Grazie agli sms la spedizione si ricongiunge.

Visitiamo il piccolo santuario shintoista Otoyo-jinia, dedicato a una bizzarra divinità Topo, e infine la passeggiata si conclude al grande tempio buddhista Nanzen-ji, o meglio un ampio complesso formato da una dozzina di templi.
Inizia anche a piovigginare ma niente di pesante.


Saliamo in cima alla gigantesca porta Sanmon, con una stupenda terrazza panoramica.

 
Usciti di lì mi fermo in un negozio di souvenir dove ritrovo il gattino per incensi in porcellana giapponese di cui mi ero innamorata giorni fa a un prezzo più abbordabile, e stavolta lo faccio mio. Ci dirigiamo poi verso una fermata dell'autobus e abbiamo non poche difficoltà ad orientarci, ma come sempre i giapponesi gentili fanno quasi a botte tra di loro per darci una mano e ci salvano. 



Facciamo una sosta al Lawson e pranziamo sui tavolini del Konbini (è quasi sempre prevista un'area pranzo, e inoltre se chiedete al cassiere è possibile farsi scaldare le pietanze). Io provo il sushi/sashimi già pronto...ottimo!


Riusciamo a raggiungere una fermata dell'autobus e raggiungiamo il favoloso santuario shintoista Heian Jingu.
All'entrata si staglia il torii più grande di tutto il Giappone. 


Dietro agli edifici principali visitiamo un giardino immenso con dei laghetti stupendi, fiori a profusione e tantissimi animali.Ci sono passerellle e ponticelli, pescioni, ochette e ranocchie, una tappa da non tralasciare.



Inizia a piovigginare ancora e usciti dall'Heian ci dirigiamo verso il tempio buddhista  Sanjūsangen-dō, detto anche Rengeō-in o "padiglione dei 33 spazi" (tra le colonne). Difatti è la sala di legno più lunga al mondo.
Rimaniamo molto impressionati da questo tempio che contiene
1001 statue dorate di Kannon, la dea della misericordia molto amata in Giappone. Ogni statua ha 11 visi e 40 mani. E per il buddhismo 40=1000, le mani con cui Kannon aiuta i mortali.



  Lasciamo il santuario e torniamo verso l'hotel, io con solita andatura zoppicante (potete immaginare quanto bene può fare macinare chilometri su una caviglia dolorante) e ci fermiamo a cenare di nuovo al fastfood giappo Nakau, che ci era piaciuto tanto. Io e Clà mangiamo il riso con la carne, Mavi vuole gli udon (grossi noodles di farina integrale) e Martino richiede gli spaghetti alle vongole già pronti che si comprano al Lawson...ammetto che contro ogni previsione sono deliziosi.

 
E con oggi si conclude la nostra visita a Kyoto, quindi la sera rimpacchettiamo gli zaini: domani si parte per Nara.


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