Il mondo è un libro e chi non viaggia ne conosce solo una pagina.

giovedì 4 luglio 2013

PENNSYLVANIA, DISTRICT OF COLUMBIA e MARYLAND on the road

Lasciamo il Canada dopo aver visitato le Cascate del Niagara e rientriamo negli USA, Stato di New York. Si è fatta ora di pranzo e grazie ai consigli del nostro guru Adam Richman puntiamo ad assaggiare le famosissime Chicken Wings di Buffalo, all'Anchor Bar.
Pare che qui si mangino le alette di pollo speziate più buone della città, quelle originali. 

Arrivati a Buffalo siamo esausti, è pieno giorno ma decidiamo di parcheggiare davanti a una scuola per metterci a dormire un po' in macchina.


 Dopo un sonnellino ristoratore arriviamo all'anelato Anchor Bar, un locale americano fino all'inverosimile. 

 
I posti consigliati da Richman sono sempre una garanzia. Locali non turistici, caratteristici del luogo, dove si trovano solo americani veraci. E si mangia da panico.
Ci azzardiamo a prendere le alette medium spicy ma bruciano da quanto sono piccanti, e comunque di una bontà divina. Vengono servite con gambi di sedano e una salsa di formaggio verde, eccezionali.



 Dopo pranzo visitiamo Buffalo, una cittadina carina, con la sua personalità.
 


 Poi raggiungiamo il nostro hotel verso sud e scopriamo che è dotato di una piscina riscaldata al coperto e non c'è nessuno. La facciamo nostra fino a sera, i bambini si sfogano entusiasti.
Ceniamo con riso al pollo e crolliamo a letto.



Il mattino facciamo colazione in hotel con dei buonissimi waffel allo sciroppo. Quando c'è la possibilità di usare la macchina per waffel, approfittare sempre.

Ricarichiamo la macchina (come avrete notato non facciamo quasi mai due notti nello stesso motel quindi
ogni volta scarichiamo e ricarichiamo i bagagli... è un bel daffare ma ci siamo competamente abituati). 
Claudio è stanco e guido io fino a Pittsburgh, una grande città molto molto bella e particolare, in Pennsylvania. Il tempo oggi non è bellissimo, minaccia temporali ma non piove.



Pittsburgh è una città fortemente industriale, tanto da essere chiamata Steel City, la città dell'acciaio. Gli impianti siderurgici difatti sono tanti e imponenti.
Il centro è sviluppato attorno a the Point (la punta), dove i fiumi Allegheny e Monongahela confluiscono a formare il fiume Ohio.
La sua particolarità sono i tanti ponti gialli che attraversano i due fiumi.
Si può salire a Mount Washington con una teleferica per ammirare la città dall'alto.





  
Con i suoi grattacieli altissimi è subito riconoscibile come grande città americana. Nonostante il traffico piuttosto intenso proviamo a salire sulla Washington Mountain in macchina per ammirare la skyline sul fiume e vedere bene The Point.
Il panorama è bellissimo. 





Come Richman docet andiamo a mangiare da Primanti Brothers, il locale più tipico della città. Gli abitanti americani lì sono talmente di casa che ci sentiamo degli intrusi. 


Ordiniamo l'original Pittsburgh sandwich, con steak, bacon, ham, coleslaw e patate fritte. Per problemi di comprensione con il cameriere (come parlano qui non si può spiegare, anni di inglese ed è tutto inutile) ci portano i vari ingredienti a parte, non tutti insieme nel panino come andrebbero. Vabbè, ce li mettiamo da soli. 

 
Claudio sbaglia e mette lo zucchero sulle patate fritte al posto del sale, e noi a chiederci che tipo di patate locali potessero essere così dolci e stucchevoli.
Giusto per farvi capire quanto si fatica ad ambientarsi in posti così fortemente caratterizzati e diversi da tutto ciò a cui siamo abituati, nella gestione, nei modi, nei rituali.
Loro ci guardano come se ci mancasse qualche neurone, noi poveri italiani viziati che aspettiamo sempre di essere serviti e riveriti (ammetto che l'impressione che diamo prima di capire come funziona, effettivamente è quella!).
L'americano invece vive nello stato mentale del diy (do it yourself). Fattelo da solo. Ognuno si personalizza le sue cose, si diversificano, si arrangiano, sono programmati per capire al volo. Se vedi un panino che ti attira su un cartellone pubblicitario non potrai mai andare al bancone e dire: "voglio quello lì".
No. Dovrai dirgli che pane vuoi e di che misura, che tipo di carne, che formaggio, che tipo di uova, che salsa, che contorno. "Così come in foto" non te lo riescono a fare, inutile insistere.
Subway (la catena) è il non plus ultra della difficoltà. Se superate quella senza far incazzare l'americano dalla parlata incomprensibile che vi deve assemblare il panino, siete a buon punto.

 

Finito il succulento e critico pranzo, a Pittsburgh piove.
Ci mettiamo in macchina e giriamo la città così, rallentati da un traffico immondo.
Riesco a mettere il cellulare nella stessa tasca del giaccone dove non so perchè avevo messo un panettino di burro della colazione e scopro che si è imburrato qualsiasi interstizio possibile, per cui ci impiego ore a ripulirlo.
Altra manìa deleteria che prende un po' tutti noi in terra americana: taccheggiare i campioncini della colazione. Vi sfido a resistere. 



 Il cielo si fa sempre più nero e ci avviamo al prossimo hotel, un Comfort Inn fuori Washington.
Bellissimo motel, molto grande e con una bellissima piscina riscaldata al coperto anche qui: i nostri figli sono in fibrillazione. Fino a sera sguazzano e si tuffano finchè io risistemo un po' le foto scattate finora.
I bimbi cenano coi loro macaroni and cheese adorati, noi per stavolta passiamo, colpiti e affondati da Primanti.



Il giorno dopo però iniziamo con una copiosa colazione in hotel  base di waffel uova strapazzate e bagel al burro salato.
Si parte per Washington. Da previsioni doveva piovere e invece anche oggi troviamo una bellissima giornata di sole.
Per la prima volta troviamo il welcome center chiuso, e manca il cartello per la foto di rito con il nome dello stato. Siamo comunque in Maryland, i bagni sono strepitosi (menzione d'onore per lo stato dei bagni pubblici americani, sempre impeccabilmente puliti, forniti e tecnologici) e i bambini giocano un po' nel bel parcogiochi del welcome center. Mi stupisco davanti a una macchinetta del caffè automatica che propone dei gusti talmente svariati e strani che neanche le gelaterie della riviera adriatica in agosto.
La Dorando di colpo mi appare di una tristezza indescrivibile.




 Lasciamo il Maryland ed entriamo nel District of Columbia.
Il traffico è immane. Raggiungiamo il nostro hotel per lasciare giù i bagagli e rimaniamo inorriditi dalla parlata della receptionist di colore. Non si capisce un'emerita fava. Il motel è popolato di soli neri, più o meno raccomandabili. La stanza è tra le più brutte e puzzolenti e ammuffite e maltenute di tutta la vacanza, non ispira un minuto di relax e quindi molliamo giù i bagagli (sperando di ritrovarli) e ci rimettiamo subito in auto per andare a visitare Washington. Tentiamo di mangiare ad un pizza Hut lì vicino ma è chiuso e rimandiamo ad un altro fast food...che non troveremo più. A Washington, in centro, sono introvabili. Come i parcheggi. Questa città è un tale casino di traffico e parcheggi inesistenti o proibitivi che per la prima volta ci è venuta quasi l'idea di rinunciare a visitarla. 



Lasciamo perdere la Casa Bianca per ora e proviamo al Campidoglio, la sede ufficiale del Congresso degli Stati Uniti. Riusciamo a trovare posto un po' distante, e passeggiamo fino al laghetto di fronte. Bellissimo capolavoro di stile neoclassico, e come dire, molto cinematografico, con la cupola più famosa del mondo insieme a quella di San Pietro. Solo che su questa c'è la statua della libertà, e mi sta più simpatica.


Tornando alla macchina tamponiamo il mancato pranzo con un frappuccino da Starbucks, almeno quello c'è dappertutto. E poi riproviamo alla Casa Bianca. Sbagliamo strada e ci troviamo su una circonvallazione infinita dove per la disperazione dalla fame estraggo i cetrioli grigliati di Montreal e guidando ci mangiamo quelli, infilando le mani nel liquido acetoso del barattolone di vetro per pescare gli ultimi, accompagnati da fette di pan bauletto alle patate. Un pranzo storico. Pane e cornichons. Percorriamo la Constitution Avenue e l'Indipendence Avenue svariate volte.
Un valet di un parcheggio sotterraneo piuttosto caro ci dà indicazioni su dove fare un tentativo, e dopo un po' di giri riusciamo (da tutt'altra parte) a trovare un buco col parchimetro abbastanza economico di fronte a un ristorante, dove stano tutti in piedi a mangiare finger food nel patio in abiti elegantissimi. 



Tutto questo girare in macchina ci ha dato una panoramica sulle caratteristiche di questa città. Diversa dalle metropoli viste finora, più piatta, più squadrata, più pesante, più anonima, più trafficata. Un sacco di gente corre a piedi, divisa in due tipologie: quelli in giacca, cravatta e ventiquattr'ore (o donne in tailleur elegantissimi) e quelli in scarpe da corsa e pantaloncini corti. Comunque tutti corrono: è una città frenetica, popolata da gente d'affari che se non è di turno fa jogging. Che ansia.


Ci accorgiamo che purtroppo l'obelisco dedicato a Washington è incappucciato per restauro. Che peccato. Per fortuna la sua forma rimane inconfondibile.



 Facciamo un bel giro a piedi attorno alla Casa Bianca e ci stupiamo nel renderci conto che la cancellata è a portata di tutti e non ci pare così sicura come avremmo pensato per gli Obama. 

 
I cecchini sul tetto controllano col binocolo, mangiano patatine e ci salutano. 
 


Nel piazzale davanti all'entrata dei bei ragazzi opportunamente abbigliati giocano a roller hockey, con fare da campioni. Figurati se in Italia permetterebbero una cosa del genere davanti a un luogo così istituzionale. 


Sul retro ci sono grandi distese di prato e in fondo campeggia l'obelisco. Squadre di americani giocano a baseball nei prati di fronte alla Stanza ovale, anche loro opportunamente abbigliati. 

  
Nella stanza ovale intanto, la luce è accesa.


Passeggiamo fino a raggiungere il grande obelisco di granito, poi Mavi e Martino giocano un po' nell'erba lì sotto mentre Claudio da solo va a riprendere la macchina. 
 I prati sono pieni di scoiattolini cicciottelli, che vengono a mendicare cibo dalle mani e poi scappano sugli alberi. 


Claudio torna con una bella sorpresa: siamo riusciti a prendere una multa da 25 dollari per 10 minuti di ritardo sullo scadere del parchimetro. Milioni di strade, milioni di macchine parcheggiate, un bordello infernale...e ci cuccano per 10 minuti di ritardo.

 Ecco perchè l'americano tipo è così ligio alla legge, qui non perdona proprio. Oppure abbiamo una sfiga planetaria, che non è da escludere. Ci spostiamo verso il National Mall, per vedere il famoso panorama della Reflecting Pool, il laghetto da cui si ammirano l'obelisco e il campidoglio, il Vietnam Veterans Memorial e il Lincoln Memorial.



Quest'ultimo è un tempio dorico in cui campeggia un'enorme statua di Abramo Lincoln seduto su una sedia e tutto intorno iscrizioni di alcuni suoi famosi discorsi. Un insieme d'effetto, devo ammettere.


Percorriamo il parco attorno al National Mall di sera ormai, e per la prima volta in vita assistiamo ad uno spettacolo incredibile di lucciole che illuminano tutti i prati circostanti. I bimbi riescono a prenderne in mano più di una, meravigliati.


Ritorniamo alla macchina e attraversiamo la città...restiamo rapiti dallo spettacolo della cupola di The Capitol illuminata e decidiamo di rivederla ancora, illuminata nella notte.



Adesso si specchia nel laghetto in modo suggestivo e valeva la pena ripassare.


Si è fatto tardi e dobbiamo rientrare al nostro motel in periferia. Ci perdiamo nei sobborghi neri di Washington e ce la facciamo un po' sotto perchè di colpo sembra di stare in un film. Macchine della polizia ovunque, malavita, sirene, facce poco raccomandabili. Non è consigliabile fermarsi. Per fortuna ne usciamo sani e salvi, si è fatto tardissimo e siamo talmente stanchi e desiderosi di dormire che il nostro motel puzzolente e orrendo non lo vediamo nemmeno. Ma prima di crollare ceniamo con spaghetti with meatballs in scatola (buonerrimi!!!!) e paghiamo la multa online così non ci pensiamo più, che nervi.


Il giorno dopo ci affrettiamo a lasciare il tugurio. Approfittiamo comunque della colazione continentale inclusa nel prezzo nella hall dell'hotel, con bagel e danish. Ma sì. Finalmente ce ne andiamo e andiamo a vedere il Pentagono. La giornata è splendida e soleggiata, tanto per cambiare. No ma un culo del genere col tempo non lo avremo mai più in vita. Arriviamo al Pentagono e finalmente mi faccio un'idea precisa delle dimensioni di questo immenso fortino, sede del quartier generale del dipartimento della difesa degli Stati Uniti. Siamo in Virginia, a destra del fiume Potomac.


Si tratta di un edificio federale gigantesco e provo a fotografarlo anche se innumerevoli cartelli lo vietano. Raggiungiamo il Memorial dell'11/9, e parcheggiamo per visitarlo. 184 persone persero la vita qui con gli attacchi dell'11 settembre. 184 panche illuminate  rappresentano le vittime e ne portano nome e data di nascita, puntando tutte verso il punto di impatto del volo AA77 contro una delle cinque facciate del Pentagono. 




Si distingue bene il colore diverso del marmo nella porzione di facciata distrutta dal velivolo, bruciata e ricostruita. 

Le panche sono allineate sul prato attraversato dall'aereo, ed è impossibile non farsi percorrere da un brivido camminando in mezzo al dolore che evocano. Sotto ognuna scorre dell'acqua che si ferma per un minuto al giorno, quello dell'impatto. Le targhe con i nomi dei morti e dei componenti della loro famiglia anch'essi deceduti nel disastro volgono verso l'edificio se la vittima stava sull'aereo, o verso il cielo se ha trovato la morte nel pentagono.
 Un volontario gentilissimo, ex dipendente del Pentagono, si offre di darci informazioni e dettagli precisi su quel giorno, rispondendo a tutte le nostre domande. Io provo un senso di rabbia pensando ai complottisti che blaterano di missili e aerei che non erano aerei, perchè mancano di rispetto a chi ha perso la vita quel giorno: qui si respira la tragedia che è accaduta e ci si rende conto che non può trattarsi di un'invenzione.


Lasciamo questa tappa toccante del nostro on the road e ci mettiamo in viaggio verso Baltimora.


Siamo di nuovo in Maryland. Prima di entrare in città ci fermiamo al Chaps Pit Beef, tappa obbligatoria del nostro Man V Food tour. Claudio ordina un Richwich e io un Chaps, dei subs (così si chiamano i panini americani) stratosferici. Facciamo incetta di salse e salsette che si prendono gratuitamente su un bancone appositamente dedicato al condimento dei panini, e poi ce li mangiamo seduti fuori al sole.



Con la panza bella piena entriamo in Baltimora. Io sono emozionata perchè è la città di The Wire, una delle mie serie tv preferite, e ormai la conosco piuttosto bene dopo ben cinque stagioni girate quasi esclusivamente per le sue strade. Come prima cosa parcheggiamo nei pressi del porto sul fiume Patapsco, e ci facciamo un bel giro a piedi a Fells Point, la zona portuale. La pavimentazione del lungo pontile Broadway Pier riporta più di 10.000 mattoncini (i Fells Point Bricks) su cui sono incisi i nomi dei pionieri e dei loro discendenti immigranti sbarcati a Baltimora.



 


Baltimora è una delle città più pericolose degli Stati Uniti, famosa per l'elevato numero di crimini, tuttavia molto affascinante. La zona del porto è curata e ci colpisce la ricostruzione in corso delle case storiche che demolisce l'intero edificio mantenendo soltanto le facciate. Come a Montreal c'è una street art di alta qualità, con dei bellissimi murales.


   La gente qui parla con un accento inconfondibile, il Bawlmorese.
Difficilissimo vedere dei bianchi per le strade di Baltimora. Nell'East Side e nel West Side è quasi impossibile.



Proviamo a fare un The Wire Tour delle location più note della serie ma ammetto che è piuttosto inquietante. 





Ci sono spacciatori agli angoli di strada e piccole bande riunite sugli scalini delle case, esattamente come nel telefilm. Quando passi si girano tutti a controllare chi sei, per cui scatto fotografie tenedo la fotocamera più nascosta possibile. 
 






Claudio ha paura che ci facciano fuori e dopo aver vagato un po' in macchina per le vie della malfamata periferia, cerchiamo di raggiungere la Lexington. Il satellitare ci fa sbagliare strada guidandoci ad un'altra Lexington e perdiamo un sacco di tempo nel traffico.





 Riusciamo ad arrivare a Lexington Market, facciamo altri giri panoramici del centro e poi esausti facciamo rotta sul prossimo motel, un enorme Days Inn fuori città. Troviamo fiato in extremis per una spesa da Walmart, la nostra passione, e poi rientriamo in hotel per una cenetta a base di riso e clamsauce. E poi g'nite. 

Qui la colazione non è inclusa e ne approfittiamo per provare l'ebbrezza Donkin Donuts. Assolutamente sì, i donuts qui sono spaziali. 

Ci rimettiamo in strada e lasciamo il Maryland per ritornare in Pennsylvania, oggi visiteremo la Lancaster County, la terra degli Amish. Dopo una passata al visitor center di Lancaster (vi consigliamo sempre di farci un giro per recuperare info e cartine, è un piccolo passo prezioso per visitare questi posti) imbocchiamo le graziose strade in mezzo al verde.


La giornata è splendida e siamo in aperta campagna, una campagna più particolare e attraente di quella a cui siamo abituati perchè sembra di essere tornati indietro nei secoli. Grandi fattorie, carretti coi cavalli, aratri trainati da vacche, e la gente vestita come nella Casa nella Prateria. Affascinante. 






 Come forse già saprete gli amish sono una comunità religiosa di origine svizzera immigrati negli Usa nel 700. Vivono secondo princìpi di umiltà e semplicità, lontani dalle contaminazioni del progresso al fine di mantenere intatti i loro valori e princìpi. Gli uomini hanno lunghe barbe e basettoni senza baffi, le donne portano cuffiette e grembiuli.



 I Mennoniti sono lievemente più liberali e aperti all'uso della tecnologia (elettricità, refrigerazione, riscaldamento), a patto che rispetti la salute fisica e morale della famiglia, quindi in modo sempre limitato. Gli amish non amano essere fotografati o osservati come bestie da circo, quindi ci apprestiamo a visitare la loro contea nel maggior rispetto possibile e rubando solo qualche immagine senza che se accorgano.


Facciamo merenda alla Bird-in-hand Bakery, un forno amish dove si vendono dolci e prodotti cucinati tradizionalmente. Le loro tortine (shoofly pies) sono la fine del mondo, e le mangiamo all'aperto su dei tavolini in legno con i dondoli.




 Giriamo per le strade di campagna seguendo l'itinerario indicatoci al welcome center, rapiti dalla magia di questi luoghi incontaminati dalla modernità. Ne incontriamo parecchi che si spostano con biciclette senza pedali, spinte come monopattini.
 



Usciamo dalla Amish County e guido io fino a Philadelphia. Questo on the road si sta svolgendo all'insegna del traffico e delle code, del resto ci spostiamo da una metropoli all'altra e c'era da aspettarselo.


 Arriviamo a Philly, il tempo è sempre bellissimo. Troviamo parcheggio vicino all'Historic Museum, e ci apprestiamo a salire la famosa scalinata di Rocky. 


Per le strade di Philadelphia è pieno di pazzi che girano con rollerblade e skateboard. Il cosplay è selvaggio. In dieci minuti troviamo un tizio vestito da Pokemon che attraversa la strada con noi e un altro vestito da gorillone che si fa le foto con la statua dedicata a Rocky. Non manchiamo di fare lo stesso.


Saliamo poi gli scalini più famosi della storia del cinema, e giunti in cima ci gustiamo una meravigliosa panoramica sulla città. Fantastica skyline.
Mancano solo l'alba e la neve...e la famosa musichetta di contorno.


Per pranzo andiamo a mangiare il famoso, strepitoso, impareggiabile Philly cheese steak da Geno's (preferito al dirimpettaio Pat's Steak). I bambini lo premiano come miglior panino americano gustato fino ad oggi. 





Sazi e felici riprendiamo l'auto e parcheggiamo vicino alla Liberty Bell Hall. In giro è pieno di carrozze trainate da cavalli per turisti.

Inizia il nostro giro dell'historic Philly, e vediamo la Liberty Bell, l'Independence Hall, la City Hall, Market Street, One Liberty Place (un secondo Empire), la casa di Betsy Ross che cucì la prima bandiera a stelle e strisce, e lo spettacolare Elfreth's Alley Historic District.








Passeggiamo in giro per la città, fino al fiume Delaware. Per rinfrescarci prendiamo delle limonate in un negozietto, la più buona mai assaggiata. 






 

Finiamo il nostro tour tra i grattacieli e poi ci mettiamo in viaggio verso il New Jersey, dove ci aspetta il prossimo motel. Ceniamo con dei boeuf noodles e poi a nanna.




 

Lasciamo la bellissima Philly...
Se volete seguirci il nostro viaggio continua in  New Jersey, New York, Connecticut e Rhode Island


Nessun commento:

Posta un commento